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Diventare vecchi: ce lo spiega il controllo di gestione

L’economia talvolta raggiunge apici di naturalezza e ovvietà da poter essere perfettamente associabile a temi che di base non si direbbero per nulla associabili ad essa. Per esempio si può vedere come i principi di pianificazione e controllo aziendale siano paragonabili all’evoluzione di una persona, nei suoi passaggi da bamboccio a uomo adulto.

Il controllo di gestione deve individuare i centri funzionali dell’azienda e associare a ciascuno una responsabilità economica. Può essere il semplice divieto di superare soglie di spesa, o possono essere obbiettivi misurabili con indicatori di redditività sul breve o sul lungo termine. Va da sé che un’alta responsabilità può essere misurata solo con strumenti sofisticati, e può solo essere affidata ai livelli alti dell’organigramma aziendale. Più si va in alto, più bisogna tenere conto di tanti fattori fondamentali e più aumenta la complessità da gestire.

La vita di una persona può seguire l’evoluzione di questi centri di costo. Quando si è studenti senza lavoro i soldi a disposizione sono pochi e, se anche arrivano regolarmente attraverso quel sistema di reddito minimo di cittadinanza che sono le mance, finiscono velocemente. La combinazione cinema – pop corn – bibita può portare facilmente a un deficit superiore al 3%. A volte Nonno Bernanke interviene gettando generosamente il contante dall’elicottero, ma bisogna sudarselo sopportando per qualche ora i deliranti ricordi e le domande inopportune, cose che un giovine fatica a sopportare. E’ palese quindi che egli sia un centro di costo, o meglio ancora di spesa: il budget è definito da altri e bisogna cercare il modo più conveniente per goderselo. Da questo punto di vista, L’ISTAT rivela un forte regionalismo: il paniere di beni essenziali per un ragazzo della Campania è formato principalmente dalle aerografie per il mezzo; per un ragazzo del Veneto è l’alcol.

Verso la fine dell’università, quando si è alla ricerca di uno stage e molti dei compagni e degli amici hanno già firmato un contratto, improvvisamente il focus non è più sul “quanto spendo” ma sul “quanto prendo”. Ovviamente è un ragionamento che – soprattutto in Italia – non porta da nessuna parte, ma diciamocelo: la cosa che ci lascia più colpiti ad un colloquio è un numero che termina con il simbolo €, un numero possibilmente composto da 5 cifre, possibilmente nette. Se va bene si considerano le spese solo nell’idea che debbano essere inferiori allo stipendio (e in tal caso si è centro di profitto). Se va male si è puramente centri di ricavo: no matter what, bisogna guadagnare di più, di più e di più. A conti fatti, una volta che cominciano ad arrivare i primi cedolini, sulle nostre mani cominciano a comparire buchi sempre più grandi, finché veniamo denunciati da Padre Pio per plagio.

Poi, un giorno, un collega salta la pausa pranzo per andare a vedere una casa da comprare; ha già scelto a quale banca chiedere il mutuo. La sera, al bar con gli amici, veniamo informati che una vecchia conoscenza dell’università è diventato padre: si dovrebbe chiamarlo per complimentarsi ma non si sa nemmeno cosa bisogna dire esattamente. La gente intorno a noi sta impazzendo e fa discorsi in metri quadri. Queste sono cose che vanno oltre la differenza “Stipendio meno Spese”. Queste cose si chiamano “Progetti”: sono piani di lungo periodo dove non conta più soltanto spendere meno di quanto si ha (centro di costo), o meno di quanto si guadagna (centro di profitto). Conta l’aver creato qualcosa da zero, arrivare all’ultima rata del mutuo con una vita senza alcun going concern e con una crescita costante, per poter magari pagare i dividendi, cioè le mance per quei nanetti che portano il tuo cognome e gli occhi di lei. Dio santo, stiamo finendo in un centro di investimento: non conta quanto abbiamo guadagnato, conta quanto abbiamo creato.

Siamo spacciati.

Dan Marinos

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  1 comment for “Diventare vecchi: ce lo spiega il controllo di gestione

  1. marco
    maggio 25, 2014 at 2:38 pm

    Geniale e divertente! :)

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