curch

E quando Satana inventò la curch tax, il gregge si smarrì

Quasi due anni fa avevo scritto che in Germania esiste una tassa destinata a finanziare le tre principali religioni del Paese, ovvero quella cattolica, quella protestante e quella ebraica. Si tratta di un’imposizione tra l’8% e il 9% destinata alle sole persone che sono iscritte ai registri di appartenenza ad una confessione. In particolare l’aliquota si applica all’income tax definita dalla fiscalità sulle persone: se un cittadino tedesco deve pagare 10.000€ di tasse, e si è dichiarato cattolico, allora l’ammontare finale sarà di 10.800€.

La cosa non ha mai dato particolari problemi ai fedeli, anche perché tanto facevano in modo di non pagarla non iscrivendosi ai registri. Poi si sa, con l’avvento dell’austerity, è stato necessario un giro di vite contro quei furbetti che evadevano. Il ruolo dei poliziotti fiscali non è stato ricoperto dallo Stato o da società cugine di Equitalia, ma dalle chiese stesse: dal 2013 chi non si registrava, e quindi non pagava le tasse, non avrebbe potuto accedere né ai sacramenti ( matrimonio, battesimo, comunione…) né ad altre attività satellite (oratori, asili e scuole cattoliche).

L’introduzione di un sistema tariffario può suonare come una trasformazione delle associazioni religiose da luoghi di fede a fornitrici di servizi di benessere spritituale, come uno studio psichiatrico o un’oppieria thailandese. Ma non siamo qua per trattare di argomenti teologici, e preferisco concentrarmi sugli aggiornamenti accaduti in questi due anni, che vi assicuro affatto interessanti.

Dopo l’introduzione del ban perpetuo agli evasori, i fedeli si sono visti di fronte a un bivio non banale. Se si fosse trattato di un divieto ai soli sacramenti,  esticazzi! Suppongo che in molti avvrebbero fatto a meno della comunione piuttosto che pagare 400€-800€ all’anno. Peccato che, come si diceva, anche i servizi assistenziali (asili, scuole, centri ricreazionali per giovani e anziani) sono diventati definitivamente inaccessibili ai credenti malandrini, e quelli sì che possono portare un vantaggio valorizzabile economicamente. Tuttavia, ogni volta che si prospetta un bivio, il vero esperto fiscale sa che la strada corretta non è né quella a destra né quella a sinistra, ma quella che passa nascosta sottoterra, e quindi molti tedeschi hanno applicato un sotterfugio fiscale.

Non mi è totalmente chiaro come funzioni la fiscalità tedesca, ma qualcosina mi pare di aver capito (d’altro canto per me il 730 italiano è una sorta di magia incontrastabile, di dogma inconfutabile, come la luce che compare se premo l’interruttore  o il malware che si installa se compro un DVD da un marocchino alla fermata di San Donato). Le cose stanno così. La tassa si applica su tutti i redditi della persona, sia su quelli di lavoro sia su quelli finanziari (diciamo i capital gain). In ogni caso è lo Stato ad esigerli, ma non è mai il lavoratore a versarli direttamente: per i primi ci pensa il datore di lavoro, per i secondi ci pensa la banca. Ma proprio su quest’ultimo punto c’era una falla nel sistema. Fino ad oggi.

Nei contratti di lavoro tedeschi l’azienda chiede al dipendente di dichiarare, al momento del contratto, a quale Chiesa appartenga per poter definire la tassa da versare allo Stato. Le banche, invece, non sono mai state obbligate a chiedere tale informazione ai correntisti, per cui per anni la tassazione sui capital gain semplicemente non veniva riscossa. Dal prossimo anno invece gli istituti finanziari avranno accesso ai registri e dovranno categoricamente applicare la ritenuta fiscale.

Vescovi e rabbini piangono: “Le banche stanno consigliando ai clienti di abbandonare la Chiesa pur di non pagare le tasse”. Le banche rispondono: “Forse dovreste domandarvi com’è possibile che una decisione così personale come l’appartenenza ad una fede si riduca ad un fatto di fiscalità sui capital gains.” Ovvero: mentre una volta promise a Gesù tutti i regni del mondo (fallendo), oggi a Satana basta uno scudo fiscale di poche decine di euro per raccattare migliaia di proseliti, come testimonia il grafico sottostante del WSJ.

 

A giudicare dal grafico, non si sta parlando di peanuts. Guardate l’ammontare della curch tax: nel 2013 sono stati versati più di 10 miliardi di euro, di cui 5 finiti nelle casse della Chiesa Cattolica. Per farvi capire la magnitudo, l’anno scorso nella cattolicissima Italia è stato raccolto poco più di un miliardo, destinato quasi interamente al Vaticano. Sarà una popolazione numericamente minore, saranno redditi più bassi, ma l’inefficente e stupido sistema dell’8X1000 è quantomeno più modesto della Kirchensteuer. 

Nonostante il sistema tedesco mi sembri migliore rispetto a quello italiano, sussistono ancora punti di debolezza o incertezza. Innanzitutto alcune associazioni religiose si sono rese conto che alcuni fedeli pagherebbero comunque di buon grado un prezzo per le loro prestazioni (soprattutto per i servizi “reali” rispetto a quelli religiosi), e questo non attraverso la fiscalità ma con donazioni dirette. In questo modo non devono sussidiare l’intera Chiesa, ma soltanto l’oratorio o la scuola di cui si servono (il costo, ça va sans dire, è minore). Esistono poi molte confessioni religiose importanti e popolose come quella musulmana che non hanno accesso alla curch tax in quanto non ancora riconosciute dallo Stato. E’ un fatto comune all’Italia, che solo l’anno scorso ha riconosciuto tra gli aventi diritto all’8X1000 anche gli induisti e i buddisti. Il problema delle religioni non ancora ammesse – oltre che, senza dubbio, a un fatto culturale – è legato alla difficoltà di queste comunità di presentarsi come un’unica solida istituzione, un solo interlocutore dello Stato. Per questo motivo credo che la distinzione tra 8X1000 (a cui partecipano in pochi ) e il 5X1000 (a cui partecipano in moltissimi) sia discriminatoria per quelle fedi che non sono mosse dalle direttive di un principale organo-guida.

Una sottile ma importante differenza tra il modello tedesco e quello italiano è che i soldi, nel primo, non appartengono in alcun modo allo Stato e quindi le inefficenze si ripercuotono solo su una sbagliata distribuzione dai fedeli alle Chiese. Che paghino la tassa o meno all’erario non cambia nulla e per questo non credo intervenga con misure punitive sugli evasori. Tutt’al più se ne può fare questione di privacy, con quest’obbligo opinabile di comunicare la propria fede a datori di lavoro e alle banche. La cosa veramente sconcertante, se vera, è che a quanto pare non è necessario iscriversi ai registri, perché lo Stato presume per ogni etnia una determinata confessione, e tocca poi al cittadino disiscriversi.

Vero o no, se qualcuno di voi dovesse trasferirsi in Germania, può essere comodo avere una guida all’esenzione dalla curch tax. La trovate qui.

  2 comments for “E quando Satana inventò la curch tax, il gregge si smarrì

  1. pidroa
    settembre 7, 2014 at 4:00 pm

    Sapevo già di questa situazione attraverso l’esperienza diretta di un mio amico: http://blog.tntimo.net/2009/04/berlino-val-bene-una-scomunica/

    • dan marinos
      settembre 8, 2014 at 10:26 am

      Non ho commentato sul blog del tuo amico perché mi sembra sia fermo da un paio d’anni. Mi rivolgo direttamente a te, magari ne sai qualcosa: il fatto che la diocesi italiana lo abbia scomunicato dopo la cancellazione dai registri tedeschi, vuol dire che c’è una rete fiscale internazionale ecclesiastica? Se sì: WOW! Meglio che le agenzie tributarie statali!

Rispondi