bicchieri da PIL

Il PIL negativo: l’incubo in un bicchiere.

Di romanzi, film, serie tv e cartoni in cui il protagonista modifica la realtà scrivendo frasi su fogli magici ne sono pieni gli scaffali e le videoteche. Deathnote, per esempio, o in un certo senso alcuni racconti di Borges. A mio modo avevo provato a divertirmi anch’io con questo modello letterario, ipotizzando che l’andamento della borsa fosse legato alle scelte banali e quotidiane di un pensionato. C’era poi un numero di Dylan Dog dove gli errori di battitura di un giornalista diventavano reali e scatenavano il caos sulla Terra, con persone che si mettevano a volare o diventavano mostri spaventosi a causa di un semplice cambio di vocale.

Recentemente tutte le testate giornalistiche, grandi o piccole che fossero, hanno titolato il seguente concetto: “Il PIL è negativo”. L’errore, per chi viene da una facoltà di economia, dovrebbe essere palese: il PIL non è negativo, è il suo tasso di crescita ad avere segno meno. Quel -0.1% ci dice che se nel primo trimestre 2013 sono stati generati redditi per un valore di 100€, un anno dopo ne sono stati generati soltanto per 99,9€. “Va bene”, diranno i non addetti ai lavori, “ma il concetto è lo stesso. L’errore non è così grave, considerando che si trattano di titoli.”

Anche io inizialmente lo ritenevo un errore da poco, dettato più che altro dalla necessità di stare negli spazi. Poi, per misurare la sua vera magnitudo, ho provato ad immaginare cosa potesse succedere se quei giornalisti avessero inavvertitamente cambiato la realtà con la loro disattenzione. L’abominio mi si è così palesato di fornte agli occhi.

Già, perché se avessero detto: “Il Sassuolo ha vinto lo scudetto” oppure “La FIAT produrrà la nuova Golf”, il cambiamento nel mondo reale avrebbe coinvolto soltanto un numero limitato – per quanto vasto – di persone. Ma dire che il PIL è negativo quando per definizione la produzione non può essere negativa porterebbe il caos totale e generalizzato. Lo stesso effetto di scrivere 2+1= -3.

In un sistema in cui il PIL può andare sotto lo zero la curva d’equilibrio del mercato dei beni potrebbe accettare una tassazione superiore al 100%. Banalizzando la formula

Y = c*(Y – T) + I + G

dove T, la tassazione, è uguale al reddito moltiplicato per l’aliquota fiscale t, scopriremmo che per avere un PIL negativo dovremmo portare quest’ultima a livelli abbastanza alti da superare la spesa pubblica e quella per investimenti. Lo Stato potrebbe chiedervi il 120% o il 150% del vostro reddito. O, alternativamente, chiedervi il 100% e darvi un paio di calci nel culo.

Se poi pensassimo al PIL come al valore aggiunto creato nell’anno in Italia, dovremmo veramente entrare nel mondo della non-logica facendo sforzi di immaginazione sovraumani. Già, perché alla fine della catena di produzione che porta della sabbia a diventare vetro e il vetro a diventare un bicchiere (tutto ciò contornato da salari per il lavoratore e da profitti per l’impresa), ecco il simpatico artigiano che regala – anzi, che dico! paga lui stesso i clienti affinché si prendano uno dei suoi bicchieri. Non prima di averci cagato dentro, però. Solo così riesco a immaginare una catena produttiva che genera un disvalore, un valore aggiunto negativo. E non sono nemmeno sicuro che, tradotto in numeri, questo esempio possa veramente condurre ad un PIL negativo.

Insomma, se fosse come han detto i giornalisti, vivremmo in un Paese dove lo Stato chiede sistematicamente più di quanto possiate mai guadagnare, e dove all’IKEA venite pagati per portarvi a casa bicchieri pieni di merda.

Alla salute!

Dan Marinos

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