Gli errori di Piketty: dalle critiche costruttive alla rissa selvaggia

Vi ricordate di Reinhart e Rogoff, e del loro paper sugli effetti negativi del debito pubblico sulla crescita? Vi ricordate di come uno studente universitario,per caso, scoprì che i loro fogli di calcolo contenevano errori? E che, nonostante gli errori fossero piuttosto gravi, questi non influivano comunque sulle conclusioni della ricerca? E, infine, vi ricordate che nonostante le conclusioni rimanessero valide, fiumi di persone cominciarono ad urlare, bava alla bocca, che i benefici dell’austerità erano stati finalmente smentiti e che i piani dei Governi erano solo bugie per affamare la povera gente?

Accadeva esattamente un anno e un mese fa. Da allora parlare di austerity e di rigore è diventato tabù assoluto, pena una platea di lettori del fattoquotidiano.it armati di punti esclamativi e caps lock stazionanti sotto casa 24/7. Alla ricerca di nuove terminologie e sull’onda lunghissima dei vari #occupywhatever la rete ha trovato pace in Capital in the 21st Century di Thomas Pikketty, economista francesce. Il volume di quasi 700 pagine traccia un’analisi storico-economica dell’economia mondiale, mostrando – tra le altre cose – un preoccupante crescendo della ricchezza posseduta dalle fasce più alte della popolazione (i famosi 1% che hanno fatto incazzare i restanti 99%).

Nonostante la mole dell’opera, Piketty ha suscitato scalpore e interesse fino ad essere costantemente accostato – come complimento o come insulto – a Marx. Contestarlo era (è) complicato: come negare che l’ineguaglianza, oltre certi livelli, è un veramente problema? E come negare una crescita di tale ineguaglianza negli anni di fronte ad una ricca letteratura a riguardo? Così, a qualcuno dev’essere tornato in mente il caso Reinhart – Rogoff, e si è messo ad analizzare gli open data messi a totale disposizione da Piketty. Quel qualcuno è Chris Giles, del Financial Times, che smadonnando sui fogli excel ha scoperto tre giorni fa l’innominabile, l’inconcepibile, l’abominevole: alcune serie storiche contenevano errori di trasposizione, errori di valutazione e possibili martellate aggiustamenti, effettuati più o meno consapevolmente.

Apriti cielo! I critici non aspettavano altro che un nuovo proiettile per la loro pistola scarica. Il rischio che tutto finisse in caciara, con argomentazioni che cadevano su questioni personali e non accademiche, è piuttosto alto e non mi riferisco alle bestie da traino che commentano sul Fatto: riscoprite piuttosto quanta poca eleganza c’era negli editoriali di Krugman dedicati a quei meschini di Reinhart e Rogoff.

Grazie a Dio i giornali che possono dedicare più di mezza colonna a quanto accaduto si sono dedicati con attenzione alle conseguenze della denuncia di Giles. L’Economist ovviamente, ma anche media non monotematici quali il New Yorker o IlPost.it, hanno spiegato nel dettaglio quali sono gli errori e il loro impatto, giungendo tutti – per ora – alla medesima conclusione: gli errori esistono ma, una volta corretti, i risultati continuano ad essere sostanzialmente in linea con quanto affermato nella tesi principale. Proprio come accadde con R&R.

Le morali possibili da questa – ennesima – lezione possono essere due. Una è quella di Loretta Napoleoni, che è intervenuta sul caso in questione con la grazia di un muratore bresciano sul palco del Bol’šoj. Scrive che chi in Economia crede di poter fare analisi basate su formule e numeri si sbaglia di grosso, non trattandosi di scienza. Anzi, essendo del tutto assimilabile alla sociologia, “per voltare pagina bisogna avere il coraggio di mettere da parte statistiche e numeri e scendere in strada per parlare con la gente. […] Osservare la realtà, ecco cosa dobbiamo fare, come facevano gli economisti classici, Smith, Ricardo e Marx. Quelli moderni, invece, cercano nella storia economica leggi matematiche che i loro amici politici utilizzano per governarci.”

L’altra morale, invece, è quella corretta.




Update: il dibattito, vivacissimo e interessante, sta proseguendo. E’ di pochi minuti fa la pubblicazione di un aggiornamento di Giles, che spiega la metodologia e alcuni punti chiave della sua analisi.

Fate partire la musica di Morricone.



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